Miele

Ieri sera a Milano si è chiusa la settimana della Festa del Cinema che apriva le porte di tutte le sale della città a soli tre euro per qualsiasi spettacolo. Avrei voluto fare una full immersion, ma tra studio e fidanzati cinofobi (che comunque hanno fatto un grandissimo sforzo e ringrazio), alla fine ho visto solo Miele e un altro film che recensirò nei prossimi giorni (non vi dico quale, non importa se non ci dormirete la notte). Anche perché, diciamocelo, non è che ci fosse poi una grandissima scelta.

Opera prima dell’attrice Valeria Golino, prodotta dal suo ormai secolare compagno di vita Riccardo Scamarcio, Miele è tratto dal romanzo “Vi perdono” di Angela Del Fabbro o se preferite “A nome tuo” di Mauro Covacich (il primo nome è uno pseudonimo e il secondo titolo è quello della seconda pubblicazione, boh, vabè). Miele è il nome d’arte della protagonista interpretata da Jasmine Trinca.

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“Miele” è un ritaglio della vita di Irene, una ragazza giovane e introversa che di lavoro aiuta e assiste coloro che decidono di togliersi la vita. Irene va in Messico ogni tanto, compra dei barbiturici per animali e li importa in Italia per venderli e somministrarli ai malati che lo richiedono. Intanto nella vita finge di studiare a Padova e di vivere con una coinquilina cinese. La sua quotidianità viene sconvolta dalla notizia che uno dei suoi clienti non è malato, ma solo depresso.Miele2

Ho trovato la protagonista (che poi è lei che da sola regge la storia) un personaggio estremamente contraddittorio. Miele è una donna tale non solo da accettare la libertà di ogni essere umano di togliersi la vita, ma addirittura di farne un lavoro e quindi una missione. Eppure è lei stessa che si trova inibita e destabilizzata di fronte alla depressione di un uomo che decide di morire pur essendo fisicamente sano. Come può un film (e un personaggio) che ha già fatto il grande passo avanti di capire cos’è la libertà, arrestarsi poi così immediatamente? E si arresta non perché narra la storia di Miele che mette in discussione il suo lavoro, ma perché non la conduce alla risposta. Da quando incontra l’ingegnere, Miele non accetta mai l’idea che possa avere il diritto di uccidersi, nemmeno alla fine. Non viene raccontata una presa di coscienza, ma solo dei fatti. C’è lo scontro tra i due, ma mai la piena comprensione. All’inizio lei lo vede guardare tv spazzatura e lamentarsi e gli chiede: «è per questo che vuoi morire?». Ma la risposta non arriva nemmeno alla fine del film.

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Basta chiedersi: se Irene dovesse ricontrare un cliente come l’ingegnere dopo la fine del film, cambierebbe il suo punto di vista rispetto a quello che aveva quando ha conosciuto lui? E la risposta è no, perché Irene non ha maturato niente, non ha imparato, non ha capito.

Anche pensare che Miele si sia assunta il compito di guarire l’ingegnere come non ha mai potuto fare per tutti gli altri clienti malati terminalmente è allo stesso tempo falso (per come lei si pone nei suoi confronti) e svilente nei confronti della depressione che è il vero tema di questo film. Depressione che non conquista mai il posto di malattia incurabile. Depressione che comunque non viene mai fuori, che è continuamente una grande ombra che si cerca di non far uscire. E pur essendo questo un film che, come ho già detto, segue quasi totalmente la persona della sua protagonista, propone comunque poi un finale per cui lei stessa non è pronta e che non può accettare.

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Al di là poi di tutti i miei viaggi, non ho apprezzato troppo la storia, già vista, dell’incontro scontro tra i due (età diverse, mondi diversi, tutti e due soli e che non ammettono di aver bisogno blablabla). Né, devo dirlo, l’interpretazione di Jasmine Trinca che ha puntato troppo sullo sguardo penetrante e troppo poco sulla complessità del suo personaggio. E, Valeria Golino, che senso ha mettere un padre nel film se non serve a niente nella storia? Bella invece la fotografia.

VOTO: 6

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TITOLO: Miele

REGIA: Valeria Golino

ANNO: 2013

CAST: J.Trinca, C. Cecchi, V.Marchioni

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