12 Anni Schiavo ●●●○○

Twelve Years A Slave di Steve McQueen  ha vinto il premio come miglior film agli Oscar 2014. Racconta la storia vera di come Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor), uomo nero libero, residente con la famiglia nello stato di New York, fu rapito nel 1841 e venduto come schiavo. Il finale ce lo dice il titolo: dopo 12 anni in schiavitù, Solomon torna finalmente a casa. La narrazione si focalizza quindi sui 12 anni di piantagioni, padroni, punizioni e ingiustizie.

In questi anni di schiavitù Solomon (da schiavo, Platt) adotta la modalità della sopportazione, della resistenza e della sopravvivenza (nonostante all’inizio del film sostenga proprio il contrario: “io non voglio sopravvivere, io voglio vivere”). Questo atteggiamento però lo rende un personaggio con cui ci si immedesima difficilmente, che è sempre a metà tra gli schiavi e i padroni, che non solidarizza e, nonostante la propria cultura e la propria intelligenza, non si batte contro le ingiustizie. Non un eroe quindi, ma neanche un Django che, pur non lottando contro la schiavitù in senso politico, farebbe di tutto per la libertà, propria e della donna amata. Questa è una storia vera e gli schiavi, soprattutto quelli colti, non tentano la fuga (nonostante vengano mandati in città a fare spese), non compiono gesti di ribellione estremi, non si aiutano se sanno di correre rischi. Le due donne che Platt conosce, Celeste e Patsey (Lupita Nyong’o, Oscar per miglior attrice non protagonista), rispettivamente nella prima e nella seconda piantagione, sono personaggi molto più coraggiosi di lui: la prima che non smette di disperarsi per aver perso i figli, la seconda che decide di porre fine alla propria misera vita.

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Questo perché Platt non è uno schiavo qualunque e non dimentica di farlo notare agli spettatori e ai propri padroni per tutto l’arco del film (nella piantagione di Mr Ford gli viene assegnato il progetto per la bonifica del fiume, nel salotto di Mr Epps suona il violino per gli schiavi che ballano). Lui, a differenza di tutti gli altri, conosce la libertà, ha degli amici che possono salvarlo e non smette di coltivare la speranza di tornare libero.

Il fil rouge di questa storia, dunque, non è così politically correct come vorrebbe l’Academy: un uomo nero libero ha più diritto alla libertà di un uomo nero nato schiavo (ma ancora di più: un uomo nero nato libero suscita molto più scalpore e sdegno nello spettatore, di un uomo nero nato schiavo).

Sicuramente questo messaggio è giustificato dal fatto che quella di Salomon è una storia vera (e le storie vere, per fortuna, non sono mai politically correct) e che è anche l’unica storia che possiamo conoscere, dal momento che gli schiavi nati schiavi difficilmente sono riusciti a lasciarci testimonianze scritte. Ma d’altro canto, questo punto di vista quasi esterno limita estremamente la storia e rende la condizione della schiavitù provvisoria e individuale, quando fu totalmente l’opposto (duratura e dai numeri difficilmente immaginabili).

Purtroppo per Steve McQueen le tempistiche non sono azzeccatissime e il confronto con Django Unchained è immediato e poco fortunato. In particolare il sex appeal di Michael Fassbender non può competere con la straordinaria interpretazione di Leonardo di Caprio.

Domanda a chiunque sappia rispondere: cosa si nasconde dietro l’occhio rosso di Patsey? SPOILER: secondo voi Platt ha provato ad annegarla e non ci è riuscito? La disgrazia di cui tutti parlano è la sua gravidanza o il tentativo di suicidio?

 

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